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Nuovi divieti PFAS 2026: limiti più severi in Italia

Pfas dove si trovano

Per decenni sono rimasti quasi invisibili. Utilizzati in migliaia di prodotti industriali e di largo consumo, i PFAS hanno contribuito a rendere impermeabili tessuti, resistenti al calore gli utensili da cucina, più performanti schiume antincendio e numerosi processi produttivi. Oggi quelle stesse sostanze sono al centro di una delle più importanti sfide ambientali europee. Dal 2026 entrano infatti in vigore nuovi obblighi di monitoraggio delle acque potabili e restrizioni sempre più severe per diversi impieghi, mentre l’Italia accelera controlli e strategie di prevenzione per affrontare una contaminazione che interessa numerosi territori.

Cosa sono i PFAS e perché preoccupano

La sigla PFAS identifica oltre 10.000 sostanze per- e polifluoroalchiliche sviluppate dall’industria a partire dagli anni Quaranta. La loro caratteristica principale è l’elevata stabilità chimica: il legame tra carbonio e fluoro è uno dei più resistenti esistenti in natura e rende queste molecole estremamente persistenti nell’ambiente.

Proprio questa caratteristica ha portato alla diffusione del termine forever chemicals. Una volta rilasciati nell’ambiente, i PFAS si degradano molto lentamente, possono spostarsi attraverso il suolo e l’acqua e accumularsi negli ecosistemi. Negli ultimi anni sono stati individuati in acque superficiali, falde sotterranee, fauna selvatica, alimenti e sangue umano, rendendo la loro gestione una priorità per le autorità sanitarie e ambientali europee.

PFAS dove si trovano

Una delle domande più frequenti riguarda PFAS: dove si trovano? La risposta comprende una vasta gamma di prodotti. Storicamente queste sostanze sono state impiegate nei rivestimenti antiaderenti, nei tessuti tecnici impermeabili, negli indumenti da lavoro, nei tappeti antimacchia, negli imballaggi destinati agli alimenti resistenti ai grassi, nelle schiume antincendio utilizzate negli aeroporti e nei siti industriali, oltre che in alcuni processi della chimica fine e dell’elettronica.

Negli ultimi anni anche il settore degli imballi di plastica è stato interessato da nuove restrizioni. Il regolamento europeo sugli imballaggi (PPWR) vieta infatti, dal 12 agosto 2026, l’immissione sul mercato degli imballaggi alimentari che superano specifici limiti di concentrazione di PFAS. La misura punta a ridurre una delle possibili vie di esposizione indiretta e a favorire materiali alternativi.

Da dove arrivano i PFAS che inquinano le falde acquifere?

La contaminazione delle falde raramente deriva da una sola fonte. Nella maggior parte dei casi è il risultato di attività industriali protratte per decenni. Gli stabilimenti che producevano o utilizzavano PFAS, gli impianti galvanici, alcune industrie tessili, cartarie e chimiche hanno rappresentato i principali punti di rilascio di queste sostanze nell’ambiente.

A queste sorgenti si aggiungono le schiume antincendio impiegate per anni nelle esercitazioni e negli interventi presso aeroporti, basi militari e impianti petrolchimici. Durante l’utilizzo, i PFAS possono infiltrarsi nel terreno fino a raggiungere gli acquiferi profondi.

Un ulteriore contributo può provenire dalle discariche, dove il percolato generato dai rifiuti contenenti PFAS rappresenta una possibile via di dispersione, e dai fanghi di depurazione utilizzati in agricoltura quando risultano contaminati. Una volta raggiunta la falda, queste sostanze possono spostarsi per chilometri seguendo il flusso delle acque sotterranee, rendendo molto complessa la bonifica.

Il caso più noto in Italia resta quello del Veneto, dove la contaminazione originata da attività industriali ha interessato un’ampia porzione del sistema acquifero regionale, diventando uno dei più grandi episodi di contaminazione da PFAS in Europa. Quel caso ha contribuito ad accelerare il dibattito nazionale sul monitoraggio delle acque destinate al consumo umano e sulla necessità di limiti più rigorosi.

Perché le falde sono così vulnerabili

A differenza di molti altri contaminanti, i PFAS presentano un’elevata mobilità nell’ambiente. Alcune molecole attraversano facilmente il terreno senza degradarsi e raggiungono gli acquiferi profondi, che rappresentano una delle principali fonti di acqua potabile in Italia.

Questa caratteristica rende particolarmente importante il monitoraggio delle acque sotterranee. Una contaminazione individuata in ritardo può interessare numerosi pozzi e richiedere interventi di trattamento molto complessi, come l’impiego di filtri a carbone attivo o altre tecnologie avanzate di adsorbimento.

Pfas nell'ambiente

I nuovi limiti entrano nella rete dei controlli

La risposta europea ai PFAS non si limita alla riduzione delle emissioni. Dal 12 gennaio 2026 tutti gli Stati membri devono monitorare in modo armonizzato la presenza di PFAS nell’acqua destinata al consumo umano, applicando per la prima volta valori limite comuni e trasmettendo periodicamente i risultati alla Commissione europea. È uno dei cambiamenti più importanti introdotti dalla rifusione della Direttiva sull’acqua potabile, perché trasforma il controllo dei PFAS da attività episodica a monitoraggio sistematico.

La normativa introduce due nuovi parametri. Il primo riguarda la somma di venti PFAS prioritari, per i quali il valore limite è fissato a 0,1 microgrammi per litro. Il secondo prende in considerazione il PFAS Total, cioè l’insieme delle sostanze appartenenti a questa famiglia, con un limite di 0,5 microgrammi per litro. Gli Stati membri possono applicare uno o entrambi gli indicatori, seguendo le linee guida tecniche pubblicate dalla Commissione europea.

Quando le concentrazioni superano i valori previsti, i gestori del servizio idrico sono tenuti a intervenire per ripristinare la qualità dell’acqua. Le misure possono comprendere l’installazione di sistemi di trattamento avanzati, la chiusura temporanea dei pozzi contaminati o la limitazione dell’utilizzo di specifiche fonti di approvvigionamento fino al rientro nei limiti stabiliti.

Perché in Italia si parla di limiti più severi

L’Italia affronta il tema PFAS da diversi anni, soprattutto dopo i casi di contaminazione emersi in Veneto, Piemonte e in altre aree del Paese. Proprio queste esperienze hanno spinto amministrazioni locali, autorità sanitarie e gestori idrici ad anticipare in alcuni casi sistemi di monitoraggio e trattamenti che oggi trovano un quadro normativo uniforme a livello europeo.

L’applicazione della nuova Direttiva sull’acqua potabile rende omogenei controlli, metodologie analitiche e obblighi di comunicazione, favorendo un sistema di sorveglianza più esteso rispetto al passato. Per i cittadini significa maggiore trasparenza sui dati relativi alla qualità dell’acqua distribuita dagli acquedotti e una capacità più rapida di individuare eventuali criticità.

Il collegamento con gli imballaggi alimentari

Le nuove regole sulle acque rappresentano soltanto uno dei fronti aperti dall’Unione Europea. Dal 12 agosto 2026 entrano infatti in vigore anche le restrizioni previste dal Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) per gli imballaggi destinati al contatto con gli alimenti. Gli imballaggi che superano le soglie di PFAS stabilite dal regolamento non possono più essere immessi sul mercato europeo.

I limiti fissati dal PPWR sono pari a 25 parti per miliardo (ppb) per i singoli PFAS rilevati mediante analisi mirata, 250 ppb per la somma delle sostanze analizzate e 50 ppm per il contenuto complessivo di PFAS, comprese le forme polimeriche. La misura interessa un’ampia parte del settore del packaging alimentare e punta a ridurre una delle possibili vie di esposizione indiretta ai PFAS.

Imballi alimentari, nuove normative

Le aziende dovranno ripensare materiali e processi

Le imprese che producono materiali destinati al contatto con gli alimenti dovranno verificare la conformità delle materie prime, aggiornare la documentazione tecnica e, in molti casi, sostituire rivestimenti e trattamenti superficiali tradizionalmente basati sui PFAS.

Anche i produttori di imballi di plastica saranno chiamati a sviluppare soluzioni alternative capaci di garantire le stesse prestazioni tecnologiche senza ricorrere a sostanze soggette alle nuove restrizioni.

Parallelamente cresce l’interesse verso materiali riciclabili, fibre cellulosiche trattate con tecnologie differenti e nuovi rivestimenti ad alte prestazioni sviluppati proprio per rispondere all’evoluzione della normativa europea.

Una strategia che parte dalla prevenzione

La gestione dei PFAS dimostra come la protezione delle risorse idriche inizi molto prima del rubinetto. Bonificare una falda contaminata richiede anni di interventi e investimenti elevati; impedire che le sostanze raggiungano l’ambiente rappresenta invece una strategia molto più efficace.

Per questo motivo la Commissione europea sta lavorando contemporaneamente su più livelli: riduzione dell’utilizzo dei PFAS nei processi industriali, limiti nelle acque destinate al consumo umano, restrizioni negli imballaggi alimentari e aggiornamento continuo delle metodologie analitiche.

L’obiettivo consiste nel ridurre progressivamente la presenza di queste sostanze nell’ambiente e limitarne l’accumulo negli ecosistemi.

Il futuro dei PFAS in Europa

Il 2026 rappresenta soltanto una tappa di un percorso più ampio. L’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) sta infatti valutando una proposta di restrizione estesa a migliaia di PFAS nell’ambito del regolamento REACH, una delle iniziative più ambiziose mai avviate dall’Unione Europea in materia di sostanze chimiche persistenti.

Nel frattempo, l’introduzione di controlli sistematici sulle acque potabili e i nuovi limiti per gli imballaggi alimentari segnano un cambio di paradigma. Dopo anni in cui i PFAS sono rimasti confinati al dibattito scientifico, entrano definitivamente tra le priorità della politica ambientale europea.

Per imprese, gestori idrici e consumatori si apre una fase in cui prevenzione, monitoraggio e innovazione dovranno procedere insieme, con un obiettivo condiviso: ridurre la presenza dei forever chemicals nell’ambiente e proteggere una delle risorse più preziose, l’acqua.

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